“ Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. Per cui essere maestro, esser sacerdote, essere cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa.” Lorenzo Milani “Un uomo solo al comando…” Un prete in bici sale il monte Giovi. Si dirige verso Barbiana. Un luogo nascosto, più isolato di quanto si possa immaginare, difficile, duro. Solo un pazzo poteva restare lì, in quelle condizioni… o un santo che accetta di essere solo contro tutti, alla ricerca della Verità con coerenza, fino in fondo, fino alla rottura, fino all’ultimo… agli ultimi. Lorenzo in nome della libertà che lo chiamava a dire la Verità ha iniziato un viaggio che lo ha reso cristiano, prete, parroco, maestro, scrittore, profeta, intellettuale, ribelle. Un prete solo a Barbiana… Un prete solo davanti alla morte… Un attore solo in scena… Racconta la storia di Don Milani con le parole di Milani, con la pretesa di essere oggettivo: nulla di questa narrazione è inventato, ogni frase dello spettacolo è stata pronunciata da Don Lorenzo. L’attore non ha bisogno di macchine teatrali, di trucchi, di scenografie ma solo della storia di questo prete. È la sua Verità, è convinto che la bellezza e l’energia di quelle parole rendano ricco un teatro apparentemente povero di oggetti. Perché chi ha conosciuto Milani sa che è proprio lui in persona a mettere con le spalle al muro, sa che è proprio lui ad essere, nel panorama del cattolicesimo italiano del Novecento, la testimonianza più emblematica e significativa. La scelta di elaborare un monologo della durata di sessanta minuti, con il pubblico che si dispone sul palco a stretto contatto con l’interprete, costituendo un cerchio entro cui la scena nella sua drammatica semplicità si muove, non è casuale. E’ la decisione di un attore in dialogo con un regista, di provare a scavare nella profondità del proprio lavoro, per tentare di cogliere l’essenziale della teatralità. Cosa rimane a un uomo di teatro se vengono eliminate le scenografie, gli effetti speciali, il sipario, le maschere? Rimangono la forza della narrazione, la sua voce, il suo corpo e la necessità etica di denunciare l’ingiustizia sociale contro cui lottò Don Lorenzo e che purtroppo è mostruosamente attuale. E’ la voce della coscienza dell’attore, dell’uomo, di Don Milani: perché hai tradito? Perché continui a rimanere fermo? No, non si può essere uomini in questo modo, dalla parte dei ricchi, dei borghesi, dei militari, del Partito Italiano Laureati, degli intellettuali. L’incontro tra Bereshit e Milani è sembrato naturale, fare teatro è un’evoluzione per imparare cosa può darci la nostra esistenza, il nostro corpo, la nostra esperienza personale: dovevamo ascoltare l’urlo di vita di Don Lorenzo. Un uomo solo in scena… Un prete, solo, su una bici, avvolto in un mantello nero. L’incontro con don Lorenzo Milani è stato del tutto casuale. Tanto casuale quanto felicemente sorprendente. Mi hanno stupito l’attualità delle sue idee e della sua testimonianza, la profondità del suo pensiero e l’acutezza delle sue conclusioni, la capacità di descrivere e spiegare aspetti del nostro ambiente politico e sociale, dando risposte concrete ad interrogativi e perplessità che non avevano un volto e un chiaro profilo. Più leggevo i suoi testi, più trovavo quelle pagine vive, dinamiche, capaci di accendere forti emozioni nella loro devastante, asciutta verità. Subito è nata l’idea di trasmettere e raccontare ad altri una storia che ancora oggi mi emoziona. E subito mi è parso evidente una straordinaria teatralità nei testi milaniani. Lo strumento non poteva che essere una narrazione teatrale, che in poco più di un’ora evitasse luoghi comuni e soprattutto liberasse il campo da tanta confusione (dettata spesso dalla non conoscenza), che ancora oggi ruota intorno a lui. Ecco perché tutto ciò che è detto durante lo spettacolo è estrapolato dai testi di don Lorenzo. Questo monologo è anche una personale sperimentazione che parte da una domanda. Cosa è essenziale per fare teatro? Durante le prove, il lavoro si è limitato semplicemente a togliere e tagliare per scoprire che paradossalmente il teatro può fare a meno del teatro (inteso come luogo in muratura), e tutto ciò che c’è dentro: scenografia, costumi, abbonamenti, direttori artistici. Ma non può fare a meno di un attore (con un corpo e una voce) che racconta una storia (meglio se la storia piace da morire all’attore) a qualcuno. Il resto è secondario. Al centro del lavoro la storia, in questo caso don Lorenzo, e non l’attore, la voglia di farlo conoscere, evitando strumentalizzazioni di parte, e non altro. Un attore vestito di nero si muove in una scena povera di oggetti, parla di lavoro minorile e di solitudine. Può confondersi con una delle tante storie negative, tristi e senza speranza che da qualche tempo si vedono nei teatri del nostro Paese. In realtà non è così: lo spettacolo che nasceva giorno dopo giorno mi è parso subito diverso. Esso è forte nelle denunce, ma anche con in sé una voglia di riscatto e perché no di libertà, che evidentemente dà un taglio positivo e sicuramente non nichilista al racconto, senza cadere in facili e moralistiche conclusioni. A don Lorenzo Milani è diventato un monologo per necessità: rischiare di perdere tempo ed energia per raccontare la storia di un prete morto nel 1967, a molti non è parsa operazione artisticamente interessante. Mi sono ritrovato da solo con la convinzione che, invece, era più che mai necessario provarci.

A don Lorenzo Milani
di e con
Angelo Maiello
NOTE DI REGIA
BERESHIT TEATRO
